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giovedì 11 aprile 2019

*** RACCONTO N. 28: UN LUNGO CAMMINO ***


Tratto da "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale"
di Eugenio Montale
Il dipinto è "Spirits by the lake" di Leonid Afremov

Ed eccomi qui, ora sono rimasto da solo e nient’altro mi è rimasto che il ricordo di te. La mia dolce Mosca … ricordi di quando eri solita ronzarmi intorno? Questo lungo percorso che insieme abbiamo vissuto, le emozioni, le gioie, i dolori e tutte le sorprese che la vita ci riservava: ne abbiamo fatta di strada!

Contro tutte le avversità che il destino ci lanciava contro, eravamo uniti, pronti a tutto lungo questo susseguirsi di gradini costellato di deformazioni e ostacoli, giuro che sarei inciampato e caduto parecchie volte, mai mi sarei rialzato se tu non ci fossi stata, perché eri tu colei che guidava i miei passi, la mia luce su questa via che ora sembra così oscura, tale da sembrare una selva infernale.

Con te ogni cosa sembrava più semplice, mi davi forza grazie alla tua saggezza che tanta fiducia ispirava dentro me, tutto aveva senso e ogni cosa aveva il suo posto, ma ora…

Ora niente ha più senso: ho dentro un vuoto incolmabile che mi trascina sempre più in basso. Non sono ancora arrivato alla fine del cammino, eppure sono costretto a procedere da solo e questa scalinata non fa altro che diventare più ripida. Se mi guardo indietro posso notare che il cammino si perde in lontananza a vista d’occhio, tuttavia estremamente breve è stata la durata, ogni giorno della mia vita fino a questo momento trascorreva nella dolcezza, così velocemente, così fuggevole ma così dolce ed io ero così felice in quella quotidianità fatta di piccole cose, godendo della tua compagnia…

E perché mai dovrei continuare se ogni cosa ha perso il suo senso? Guardandomi attorno posso vedere questa marea caotica di persone con lo sguardo fisso verso il basso, contenitori inanimati le cui menti sono occupate dalle preoccupazioni più futili di questa vita, le cose terrene che per me non hanno più alcun senso. Già, guardali, corrono come formiche dentro un formicaio, preda delle cose sensibili che la superficie lascia vedere, senza alcun interesse in quello che la realtà davvero è, poiché solamente ciò che i sensi mostrano essi riescono a credere sia vero.

Ma tu, mia cara Mosca, tu invece vedevi bene: non con gli occhi, certo, ma riuscivi a penetrare nel cuore stesso delle cose; laddove gli altri si fermavano con atteggiamento superficiale a ciò che appariva, tu eri capace di osservare oltre il velo andando in profondità nel guardare le cose. Era questo che ti rendeva saggia e perciò eri tu colei che doveva essere al mio fianco.

Ci siamo sorretti a vicenda in questo percorso, ma tu eri il sostegno di tutto. Il tuo acume così vivace era ciò che ti dava così tanto valore e per questo tu eri la mia guida.

Non so cosa mi aspetta adesso: anche se tutto il percorso fatto è stato lungo e pieno di avventure, ora la sua durata sarà estremamente lunga, ogni istante si dilaterà e il vuoto che si è creato dentro darà luogo ad un’infelice agonia. È stato un lungo cammino, ma è sembrato un arco di tempo così breve, troppo velocemente te ne sei andata! Questa scalinata diventerà sempre più lunga, troppo sarà il tempo necessario per percorrerla.

Non so se sarò in grado di arrivare alla conclusione di questo viaggio senza di te, ma una cosa la so: solo il ricordo di te, dei momenti passati insieme e l’amore che abbiamo condiviso costituirà in questo lungo cammino il rimedio contro questo vuoto, così opprimente e così oscuro, che minaccia di afferrare in una morsa il mio animo.

Il ricordo dei tuoi occhi che così dolcemente hanno penetrato nel mio cuore illuminerà i gradini squarciando l’oscurità.

sabato 16 marzo 2019

*** RACCONTO N. 27: IL BEL SALUTO ***


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Racconto tratto da "Lo vostro bel sauto e 'l gentil sguardo" di Guido Guinizzelli
Il dipinto dal titolo "Dante e Beatrice" è di Henry Holiday

Stavo passeggiando per le stradine della mia Bologna diretto alla mia dimora. Avevo da poco incontrato frate Adelmo che mi ha promesso al più presto della nuova pergamena. Ero, dunque, diretto alla mia casa, immerso tra mille pensieri, quando l’ho vista… indossava un lungo vestito verdone che, facendo intravedere soltanto il collo, lasciava immaginare le sue forme... I suoi capelli color castano chiaro che si adagiavano sulle sue spalle… gli occhi in cui si rifletteva la luce del sole alto a mezzogiorno…

Non era la prima volta che la incontravo poiché la conosco bene. È la figlia di un ricco mercante di stoffe, amico di mio padre. Non mi è mancata occasione di vederla in passato, specialmente quando accompagnavo mio padre a far visita al suo. Devo, però, ammettere che, soltanto da qualche mese, quando l’ho rincontrata a distanza di anni, difficilmente il suo volto riesce ad abbandonare la mia mente. Pensarla mi è divenuto ormai vitale, ella ispira le mie rime. Ed ora, seduto al mio tavolino, sono preso dal folle bisogno di affidare al calamo l’episodio di questa mattina: ancora una volta parlerò di lei, ancora una volta dovrò fare in modo che sia il mio cuore a esprimersi e a svuotare tutto.

Personalmente non mi è mai capitato di ritrovarmi una lama puntata contro ma, dalle storie che si raccontano nelle taverne e, talvolta, nei palazzi dei nobili, pare che il malcapitato, di fronte alla punta aguzza di una spada o di un pugnale, difficilmente riesca a mantenere il controllo di sé e non è raro che sia incapace di proferir parola se non preghiere poco virili che invocano la pietà e la clemenza di chi sta per affondare la lama nelle sue carni. Fortunatamente mai, dicevo, mi è capitato un episodio simile ma ciò che è accaduto questa mattina ritengo sia di gran lunga peggiore.

Passeggiava tranquillamente dialogando e ridacchiando con due sue amiche e, alla mia vista, non ha fatto altro che sorridermi e salutarmi. «Buongiorno, Messer Guido». Tre parole e un sorriso, nulla di più. Cosa sono in confronto al duro acciaio? Niente, mi direste voi… eppure, ho sentito qualcosa più forte di una lama penetrarmi le viscere e giungere fino al cuore, come un dardo scoccato da uno di quegli imponenti archi inglesi… Ma chiunque venga colpito al cuore da una freccia, cade immediatamente a terra senza vita. Io, invece, continuo a vivere e a sentir dolore!

È durato un attimo. Mi è passata davanti e mi ha salutato. Credo di non aver avuto la gentile cortesia di rispondere al suo saluto: sono rimasto lì fermo a vederla passare davanti a me, fermo come una statua d’ottone, incapace di manifestare alcun segno di vita. Di duro ottone si è fatto il mio corpo quanto duro era il colpo che il mio cuore ha subito, i cui effetti ancora si fanno sentire. Non so come andrà a finire questa storia, non so se reagirò mai a simili incontri, se avrò la forza e il coraggio anche solo di rispondere al suo saluto. So soltanto che, ancora una volta, dovrò rifugiarmi nella dolcezza delle rime per poter trovare un minimo di sollievo. Ma possono i versi sciogliere l’ottone?

mercoledì 20 febbraio 2019

*** RACCONTO N. 25: EROS DOLCEAMARO ***



Tratto da un componimento della poetessa Saffo (frr. 31-130 Voigt)
Il dipinto è "Saffo e Alceo a Mitilene" (Lawrence Alma-Tadema)

Questa notte il mio giaciglio mi è estremamente fastidioso, un pensiero fisso tormenta la mia mente, ho la guerra nel cuore e alterno sentimenti di amore e di odio. Sento, dentro di me, che potrei amare al pari di Afrodite e, allo stesso tempo, fare la guerra come se fossi Ares in persona… non a caso i due sono stati amanti. Resto esterrefatta di fronte all’ambivalenza della mia anima… un sentimento così positivo come l’amore si mescola con l’odio più profondo, la volontà di torturare come io stessa lo sono da te, ignobile essere, ladro, tu che mi hai spodestato, tu che mi hai negato il posto che gli dei mi avevano riservato!

Ho creduto di poter avere al mio fianco la bella Ariadne ma è stata un’illusione… invano l’ho desiderata, invano ho sperato! E mi sono soltanto illusa quando mi sorrideva, quando mi parlava cordialmente, quando mi chiedeva consiglio su abiti e balli, quando mi raggiungeva da sola nella mia camera per apprendere l’arte della poesia. Credevo di poter essere più che un mentore o una madre o una sorella maggiore, credevo di poter essere un’amante… ma, se il tempo ha fatto sì che i semi dell’amore pian piano venissero assorbiti e germogliassero dentro di me, tale processo non è avvenuto in te, mia Ariadne.

Mi sono illusa di poter rivendicare su di te un vero e proprio diritto di proprietà e, se anche tu non fossi stata mia e io avessi pensato che tu non fossi di nessuno, in realtà eri già di qualcun altro. Non c’è cosa peggiore dell’illusione… per più notti mi sono addormentata su questo giaciglio con il sorriso, ho chiuso gli occhi con la tranquillità di chi ha seminato e attende, sicuro, i frutti. Quelle volte, nel sonno, facevo soltanto sogni gioiosi e tu eri al mio fianco, Ariadne. Ingenua come una bambina, sono caduta nella trappola d’amore…


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Dipinto pomepiano ritraente la poetessa

Continuavo a esser sola ma il pensiero di una (certa) vittoria mi allietava finché non vi ho viste oggi… o Eros, dolceamaro tremendo demone! La mia Ariadne era in compagnia di un’altra ragazza, Berenice, più giovane di lei. In quel momento ho visto l’usurpatrice diventare Ariadne e Ariadne diventare Saffo… e io cos’ero? Un ammasso di gelosia e invidia nei confronti di una delle ultime arrivate al tiaso… lei, che credo non sappia nemmeno cosa significhi “fare l’amore”, era alla destra di Ariadne, lì dove credevo spettasse a me stare.

Ho provato invidia per Berenice, la provo tuttora. Lei è stata benedetta dagli dei… non so se abbia scelto o sia stata scelta da Ariadne, eppure era lì! Sei stata fortunata, Berenice! E tu, Ariadne, ingenuamente, ogni tanto, alzavi lo sguardo verso di me e sorridevi… ti accorgevi di me… ma il tuo sorriso non aveva nulla di quello che io, se fossi riuscita a trattenere la rabbia, ti avrei rivolto in risposta. E, così, ho fatto solo un cenno del capo mentre, dentro di me, c’era la guerra… le altre ragazze cercavano di parlarmi ma rispondevo solo a monosillabi… se rispondevo, non le guardavo in faccia perché, in quel momento, il mio sguardo era rivolto solo in una direzione… credo di non averle sentite neanche parlare perché le mie orecchie cercavano di captare altre parole… e la rabbia cresceva dentro di me e, ancora, attende di essere sfogata.

Eppure continuo ad amarti, Ariadne. Amo te e odio Berenice! Al solo pensiero, mi sento morire e, se mi domando cosa ne sarà di me, come riuscirò a convivere con questi due sentimenti così distanti tra di loro, non riesco a trovar risposta…

venerdì 8 luglio 2016

***RACCONTO N.22: LACERAZIONE ***



Racconto tratto da "Odi et amo" (Carme 85) di Catullo
Particolare de "La nascita di Venere" di Botticelli
Cos’è questa cosa che sento dentro me? È una sensazione nuova e non riesco a comprendere cosa sia: è come una bestia che ruggisce e cerca di demolire le pareti della mia interiorità… eppure, in alcuni momenti di quiete innaturale, questa bestia è ammansita e una strana dolcezza pervade la mia intera anima.
 E poi riprende, in maniera persino più violenta, se possibile!

Cosa sei, o bestia, che ruggisci senza tregua? Amore è forse il tuo nome?
Ah, quanto sei dolce e amaro, magnifico Paradosso!

Tu sei la fonte di questo strano dolore, ma anche della maggior parte delle mie gioie, ogni cosa che esiste di vitale dentro di me, esiste solo grazie a te, nonostante la profonda lacerazione che lasci all’interno del cuore umano: sì, perché questa lacerazione che è impressa profondamente nel cuore è dovuta al tuo legame con l’odio. Odio? Come è possibile che l’Amore sia paradossalmente legato a questo sentimento? Quante volte mi è stato chiesto … ma la risposta è sempre stata la stessa: non lo so! Eppure, questa fonte di dolore, che arreca sofferenza mi è indispensabile: la dolcezza che esso produce viene accentuata proprio perché è l’amore stesso che sana queste ferite!

Senza l’amore, io sarei solo un guscio senza anima!

Quante volte ti ho visto e quante volte il mio cuore ha gioito per te, per la vista del tuo dolce volto, per ogni tua attenzione, per ogni tua parola, per ogni volta che ridevi: ti adoro in ogni tua azione e questo fuoco che brucia dentro non fa altro che ravvivarsi, splende e cauterizza le ferite!
Ma quante volte ho anche visto cose che mi hanno provocato grande malessere, cose che hanno riaperto queste lacerazioni: ogni volta che eri con qualcun altro e gli mostravi attenzioni particolari, o quando mi ignoravi e mi condannavi ad essere esiliato dalla tua vita, allora, in quei momenti, io soffrivo terribilmente!

Questa spaccatura, questa dualità si forma dentro me, amore e odio sono indissolubilmente legati tra loro, la mia anima diventa un campo di battaglia dove la potenza dell’amore, con la sua dolcezza e la sua positività, si scontra con il potere distruttivo dell’odio, con la gelosia, la paura, il dolore e tutta la sua negatività!

Tutto questo avviene dentro di me, eppure il mio amore non smette mai di bruciare, questa bestia feroce che ruggisce e ferisce il mio cuore è implacabile, mai domata!
L’amore verso di te, nonostante tutto ciò che provoca il mio dolore, sarà eterno, come la poesia, la bella arte che ha celebrato attraverso ogni secolo le virtù dell’amore, ma anche le sue sofferenze.
Sono questa collisione e questa incapacità di poter dominare questa passione, questa brutale passione, che mi tormentano terribilmente.


Il dolore che causa questa profonda lacerazione, durerà a lungo, ma mai farà morire questa fiamma così viva e luminosa.

giovedì 30 luglio 2015

*** RACCONTO N. 11: NON CANTO L'AMORE ***




Il racconto è tratto dalla poesia "La mia malinconia è tanta e tale" di Cecco Angiolieri: si tratta di un componimento di critica ai poeti contemporanei del Dolce Stil Novo (il dipinto è "Dante e Beatrice" di Henry Holiday)

Viviamo ai tempi dell’amore, è il trionfo dell’amore! Non si sente parlar d’altro… amore, amore, soltanto amore! Qua e là dei nuovi Catullo sono spuntati… la Francia sembra non conoscer niente di diverso dalle imprese dei cavalieri o dalle leggendarie vittorie alla giostra: il tutto per impressionare il cuore di qualche nobile e graziosa dama. Sembra quasi che prima di questo secolo il mondo non conoscesse né la donna né l’amore, dovevamo attendere questa epoca per cantare l’amore. Se penso all’Italia, non posso non ricordare i due Guido e c’è quel fiorentino, l’Alighieri, che non è da meno rispetto ai suoi predecessori e sembra prometter bene.

Lo confesserò, non so dove voglia arrivare: faccio fatica a comprenderlo e mi spavento al solo immaginare cosa possa partorire la mente di quel guelfo. È abile, questo devo riconoscerlo, ma l’amore che va cantando mi pare così lontano dalla realtà! Eppure i suoi versi vedono, giorno dopo giorno, allargarsi il proprio pubblico! Cosa dovrebbe fare un senese come me di fronte al successo della poesia di questo ardito fiorentino? Dovrei, forse, anch’io mettermi a piangere, strapparmi i capelli, gridare il mio dolore a tutto il mondo? Dovrei, forse, render pubblica la mia sofferenza? Dovrei, forse, dannarmi su questa terra, prima ancora di raggiungere l’Oltretomba, solo e soltanto in nome della cortese poetica dell’Amore?

No, di lamentosi e visionari ce ne sono fin troppi in giro: se li tengano pure Firenze, Bologna e la Sicilia tutta! Siena risponderà con un’altra poesia, una poesia che faccia sorridere chi la ascolta o la legge e non cada in toni visionari e insensati. Poi, quale sofferenza dovrei cantare? La tua amata non ricambia il tuo sentimento? Dimenticala! Ne troverai un’altra, anche più bella! Neanche questa sarà degna di te? Non crogiolarti! Ce ne sono altre dieci che aspettano soltanto di conoscerti! Il verso sia motivo di gioia e non di tristezza, la poesia sia un palliativo e non motivo di maggior dolore. E, soprattutto, la poesia non sia espressione di ipocrisia e vaneggiamenti: oggi la donna celebrata è una figura angelica, domani, una volta conquistata, sarà una vecchia decrepita e sempre più difficile sarà conviverci!

Cecco Angiolieri non canterà saluti negati e sogni fugaci, né angeli e madonne! La sua poesia dovrà stimolare il riso, non si perderà nel vortice della malinconia, non sarà vinta dagli strazi del mal d’amore, né fantasticherà su melliflue donne angeliche. Mi vergognerei nel rappresentarmi come un amante non corrisposto di cui avrebbero pietà anche i nemici. Arrossirei nel figurarmi come un mendicante che va elemosinando il saluto di una donna o una semplice parola, anche solo di odio e scherno. Non mi riconoscerei se piangessi per la totale indifferenza della mia amata che fa fatica ad accorgersi della mia stessa esistenza. Non sia mai che la mia poesia tratti tali cose! Lascerò ad altri tali temi, io canterò qualcosa di più basso ma avrò la soddisfazione di aver cantato il vero. Mi distinguerò dagli altri come un giullare che intrattiene il pubblico tra un duello e un altro in un torneo cavalleresco. Sì, sarà così ma la cosa non potrà che recarmi fama e prestigio e, un giorno, si ricorderanno del senese Cecco Angiolieri come di colui che si distinse per aver allietato il suo pubblico come pochi sapevano fare al suo tempo. E allora che Siena sia felice grazie alla poesia del suo Cecco Angiolieri!



giovedì 23 luglio 2015

*** Racconto n. 10: IO E DIO ***


Tratto da "Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono"  di Francesco Petrarca (Dipinto: "Donna al tramonto del sole" di Caspar David Friedrich)


Credo di non essere l’unico in questo mondo ad esser caduto nella trappola d’amore. Giorni e notti trascorsi a inseguire una figura che continuava a fuggire come nella realtà. È stato un continuo fantasticare, un continuo tendere a qualcosa di irraggiungibile e, quanto più cercavo di avvicinarmi, tanto più perdevo me stesso, sia come persona sia come poeta. Laura continua a correre libera e leggera come una Ninfa, ma io non intendo continuare a soffrire per lei.

Le molteplici speranze che quotidianamente mi allietavano si sono rivelate completamente inutili, pura illusione. Le molteplici sofferenze che credevo sarebbero cessate prima o poi e che speravo fossero preparazione a una gioia inimmaginabile, anch’esse non hanno portato a nulla. È stato un sogno, solo un sogno ingannevole, un sogno distruttivo. Ora mi ritrovo, così, a guardare indietro, a quegli errori giovanili, di cui provo una grande vergogna. Probabilmente sono stato oggetto di scherno e di riso di molti, ma come biasimarli? Mi sembra, al momento, di aver quasi perso tempo, di aver gettato all’aria anni che avrebbero potuto avere gioie ben diverse.

So che qualcuno riesce a comprendere il mio stato, so di non essere l’unico ad aver avuto questa triste esperienza. Non c’è cosa peggiore che darsi un obiettivo, perseguirlo costantemente e non riuscire a raggiungerlo. Sapete bene come ci si sente quando si prende consapevolezza di aver inseguito non tanto un ideale, quanto un vero e proprio fantasma. Illusioni quotidiane, immagini fantasiose, scene partorite dalla mente mi hanno accompagnato per molto, troppo tempo. Tutto questo mi ha fatto perdere me stesso…
Non ho potuto, infatti, evitare di dare voce alla mia penna per sfogare tutto ciò che aveva invaso il mio cuore. Ora mi ritrovo davanti a delle carte che sembrano essere state scritte da un pazzo. Un uomo che aveva perso la sua bussola e camminava come un vagabondo. Che vergogna! Chiedo scusa in anticipo a quanti  leggeranno quelle rime e rideranno di me. Ho recato oltraggio alle parole sottomettendole ai miei desideri e alla mia perdizione.

Ma, soprattutto, ho offeso Dio… inseguendo quell’immagine terrena, ho fatto di lei il mio bene più grande e ho teso tutti i miei sforzi al fine di raggiungerla. Non c’era nient’altro, non c’era niente di più importante. Mi sono dimenticato di te, Dio. Invano ho pensato di porti sullo stesso piano di Laura e solo ora capisco che, tra i due, solo Tu mi sei rimasto. Me ne fossi accorto prima! Invece ho continuato a perseguire un piacere tutto terreno, tutto materiale, che era solo sorrisi, abbracci, baci, parole suadenti, corpi… il piacere voluttuoso è stato il mio unico interesse che mi ha persuaso e ammaliato portandomi ben lontano dal Vero Bene… sono stato legato e trattenuto dalle catene dell’amore umano e, solo dopo tanto tempo, quando non ho riconosciuto più me stesso, quando ho capito di esser diventato niente di tanto diverso da una serpe strisciante, ho compreso l’entità dell’errore giovanile.


Continuerò a pentirmi, a vergognarmi e a tormentarmi per tutto ciò ma saprò di poter tendere a qualcosa di più grande, di sublime…

giovedì 16 luglio 2015

*** RACCONTO N. 9: IO ED EROS ***

Tratto da "Pace non trovo e non ho da far guerra" di Francesco Petrarca (la scultura nell'immagine sottostante è "Eros che incorda l'arco", copia romana conservata nei Musei Capitolini di un originale greco di Lisippo)

Quando gli antichi parlavano del dio Eros che svolazzava di qua e di là alla ricerca di bersagli per il suo arco non erano tanto lontani dalla realtà. In maniera del tutto imprevista, a seconda di quale sia la volontà del dio (ammesso che si possa parlare di un dio), ti ritrovi con una freccia nel cuore… qualora questa freccia fosse vera, potremmo solo immaginare il dolore che causerebbe. Eppure, nonostante io non possa toccarla e afferrarla, sento comunque la sua punta aguzza che fa male, molto male…

Ma perché, se mi trovo a soffrire così, non riesco a prendermela con chi rappresenta la causa del mio dolore? Semplicemente perché sono innamorato di quella persona. Sento di essere in guerra ma non so contro chi o cosa sto combattendo. Sento di essere in guerra ma non ho le armi o i mezzi per affrontarla. Questo è l’amore… soffrire e sorridere, sperare e sprofondare… ora questo pensiero mi dà sollievo, ora quest’altro mi rattrista… ora la delusione mi trascina verso il baratro, ora l’immaginazione mi eleva fino alle stelle…

È il controsenso dell’amore: la gioia e il dolore hanno pari peso sui piatti della bilancia. In certi momenti vorrei annullarmi, addormentarmi e dimenticare tutta questa mole di sentimenti contrastanti. Poi mi faccio forza, quasi sicuro di poter riuscire nel mio intento. A volte voglio liberarmi da questi vincoli e riprendere la vita di sempre ma, se mi fermo a pensare, mi rendo conto che senza quei vincoli starei peggio di ora. Aborrisco la vita ma non riesco a inseguire la morte.



Pare che lo stesso Eros si diverta a torturarmi: è una continua tortura che non conosce fine. Un po’ come Prometeo incatenato alla rupe e costretto al quotidiano attacco dell’aquila che non cessa mai di cibarsi del suo fegato che ricresce di notte. La mia condizione non è tanto dissimile. Di giorno soffro e sono lacerato dal desiderio, di notte i sogni mi allietano e mi danno piacere. Capisco, quindi, cosa intendesse veramente il veronese Catullo quando diceva «Odi et amo»! Neanche lui sapeva come questo potesse accadere ma, continuando ad amare la sua Lesbia, se ne struggeva arrivando fin quasi ad odiarla.


Parlare di odio sarebbe troppo, mia Laura. Eppure, se proprio il mio desiderio non è destinato ad esser soddisfatto, preferirei esser dimenticato da Eros, dimenticare te e riappropriarmi della mia vita. Uscirei, così, da questa ambiguità, da questa doppia esistenza che mi eleva e mi abbassa al tempo stesso ai sentimenti più puri e alle sofferenze più grandi. Ma Eros è un dio testardo e ancora non vuole saperne di lasciarmi andare. Continuerò, dunque, a dannarmi per te con la speranza che il dio voglia (al più presto) porre fine a questa cosa legandoci l’uno all’altra.

giovedì 9 luglio 2015

*** RACCONTO N. 8: SOLITUDINE ***


Il primo racconto della trilogia dedicata a Francesco Petrarca è tratto da "Solo et pensoso" (dipinto "Ragazza in un bosco" di Vincent Van Gogh)

Non è la prima volta che mi ritrovo a passeggiare, o meglio vagare, per questi campi. A volte la solitudine si rivela necessaria: troppa stanchezza, troppa sofferenza mi causano gli altri. Si è sempre costretti a sorridere, a dire questa o quella parola di gentilezza, ad osservare regole e rituali e a dar conto a chi non si vorrebbe nemmeno aver incontrato sulla propria strada. La finzione regola la nostra vita: non so quante volte in questa giornata ho affermato di stare bene mentendo spudoratamente. Non vogliatemene, ma cosa mai potrei condividere con tutti voi? Io ritengo che nessuno di voi mi possa esser d’aiuto. Nessuno di voi sa ascoltarmi come questi alberi, queste spighe, queste tranquille acque.

In mezzo a questo paesaggio io ritrovo me stesso: ho modo di parlarmi, di ascoltarmi, a volte anche di consigliarmi. Qui non c’è nessuno al di fuori di me e la mia anima. Qui il tempo è pesante ma passa veloce: ogni attimo rimanda a ricordi lunghi quanto giorni ma non faccio in tempo a riprenderli e dominarli tutti che già scorgo il sole calare al di là dei monti e sono costretto a tornare indietro alla vita e al mondo di sempre.

Così sono costretto a ricorrere spesso a questa medicina: ormai ne sono dipendente. Mi convinco giorno dopo giorno che il mio male sia incurabile e posso solo allievare il dolore venendo qui e perdendomi tra i meandri della mia anima. Curiosa la vita! Questa quercia che si erge imponente alla mia destra mi conosce meglio di chi quotidianamente mi parla e finge di preoccuparsi per me. Questa quercia ha saggiato il sale delle mie lacrime e non ho potuto che elevarla al grado di mia migliore confidente!

Potessi portarti qui, Laura! Potessimo insieme condividere e godere di questo silenzio! Allora l’aria sarebbe riempita soltanto dalle nostre parole amorose, dalle mie rime e dalle tue dolci risate. Ogni tanto ci farebbe visita il vento che con la sua voce loderà le tue chiome ed io non perderei occasione per vantarmi di te di fronte a lui. Poi ci stenderemmo alla fresca ombra della mia amica quercia e anche tu imparerai a conoscerla come me e più conoscerai lei, più conoscerai me. Ma, soprattutto, io avrei modo di vivere te e di morire nel rosso vivo delle tue gote. Questa sarebbe la sola morte che desidero!


Qui solo riesco a chiudermi nel mio dolore, qui solo riesco a desiderarti veramente, Laura. Qui ti rivedo nei nostri fugaci incontri, qui rivivo il passato, qui invento il futuro. E allora mi accorgo che in fin dei conti non sono così solo… non sono solo io a camminare lungo questi campi, non sono solo quando mi appoggio a questo tronco… c’è Lui, Amore, a seguirmi e ad attaccar discorso. Lui è al mio fianco persino prima di giungere qui, mi segue già da quando affiora in me il desiderio di evadere e raggiungere questa immensità. Anzi, a dirla tutta, è Lui che mi invita a fuggire. È Lui che quotidianamente mi ordina di perdermi per cercare di ritrovare me stesso. Amore, ormai, condiziona tutta la mia esistenza. Ormai è l’incarnazione del Tempo stesso. Scandisce ogni singolo attimo della mia vita ed è mio alimento e mia maledizione: senza di Lui sicuramente morirei perché è il mio unico amico ma, continuando ad accompagnami, continua il mio travaglio. A questo solo tu potresti porre rimedio, o Laura!

giovedì 2 luglio 2015

*** Racconto n. 7: IL BACIO ***


Tratto da I ragazzi che si amano di Jacques Prévert (nell'immagine Amore e Psiche di Antonio Canova)

È avvenuto con molta naturalezza. Stavamo passeggiando e stavamo parlando dell’ultimo film di Woody Allen. Lei ne era entusiasta proprio come me e non ho potuto fare a meno di recitare una battuta del film. Sì, confesso di essermela preparata prima di uscire: mi è bastato un attimo per cercarla in rete e fissarla per bene. Poi la spavalderia dell’innamorato ha fatto tutto il resto! E lei ha riso… credo che se Woody Allen vincesse l’Oscar per quel film, non proverebbe la stessa gioia che io ho provato in quel momento. Non ho potuto far altro che ripetere quella battuta, sottolineando le parole più importanti e cercando di modificare la mia voce rendendola grottesca il più possibile.

Ci siamo fermati perché lei non riusciva più a contenere le risate. Io ho finto di guardarmi intorno imbarazzato per gli occhi indiscreti dei passanti. Non me ne importava minimamente ma volevo che ridesse ancora di più. «Non fateci caso! Non è normale!» cercavo di dire e le sue guance si sono ancor di più tinte di rosso. Era consapevole di essere al centro dell’attenzione ma era divertita da quell’imbarazzo. Continuavo a fingere  di parlare ai passanti e lei mi diceva di stare zitto ma sapevo che, dentro di sé, desiderava che io continuassi.

Era la prima volta che mi capitava e, come ho detto all’inizio, è avvenuto con molta naturalezza. Come facevo ad esserne così sicuro? Non lo so. Se dovessi spiegarlo non ci riuscirei perché ti accorgi della cosa solamente quando la vivi. Forse, in quel momento, i corpi di due innamorati comunicano tra loro e si dicono di volersi incontrare. Forse questa comunicazione avviene attraverso gli occhi… probabile… Mentre continuava a ridacchiare, io ho cambiato espressione e ho smesso di fare il pagliaccio. Serio, mi sono fermato a guardarla e contemplarla: in quei secondi ho visto e desiderato più di quanto avessi fatto nei giorni passati.

Lei ha percepito il mio silenzio e la mia serietà, ha capito che non si poteva più scherzare ma era tempo di fare sul serio. Ha ricambiato lo sguardo  accettando la mia silenziosa richiesta. Ho fatto un passo in avanti, lei indietro: no, non aveva paura ma cercava di prolungare ancora di più quel momento che ci vedeva sognare entrambi. Anche se lo avessi voluto, la mia mente non sarebbe stata capace di pensare a qualcosa di brutto. Era completamente impossibile perché era tutta presa da quel fantastico sogno.

E anche per lei era la stessa cosa… potevo capirlo da quel sorriso commosso che mi rivolgeva. È stupefacente come fino a poco prima stesse ridendo per una stupidaggine e, subito dopo, stesse quasi piangendo per la gioia. Continuava a indietreggiare perché più ritardavamo più avremmo vissuto con maggiore intensità il nostro incontro. Alla fine un muro si è opposto alla sua sensuale fuga: non poteva più scappare ma la cosa non le dispiaceva, anzi…

Ho cinto le mie mani sulla sua schiena e l’ho baciata. Riuscire a descrivere quello che ho provato mi risulta quasi impossibile, né saprei dire per quanto tempo rimanemmo stretti l’uno all’altra… posso dire una cosa però: in quegli istanti, per me (e credo e spero anche per lei), non c’era altro. Non ho percepito altro se non il calore del suo corpo, il profumo della sua pelle, la fragranza dei suoi capelli, il battito del suo cuore… non ho percepito altro se non il suo amore… in quel momento ho dimenticato il luogo in cui ci trovavamo, né mi sono preoccupato di quanti continuavano a passare per quel viale. Molti ci avranno ignorati, probabilmente abituati a questi “spettacoli”, altri ci avranno guardato con invidia, consapevoli della propria solitudine (se solo avessero saputo che, fino a qualche tempo fa, anch’io versavo nella loro stessa condizione!), altri avranno sorriso, memori delle medesime esperienze che essi hanno vissuto e continuano a vivere quotidianamente, altri (forse i più vecchi) ci avranno indicato con stupore, si saranno guardati con complicità e avranno commentato la decadenza dei costumi che affligge il nostro tempo.


Che abbiano commentato! La cosa non può interessarmi più di tanto. So, infatti, che se fosse scoppiata una bomba là vicino, noi avremmo continuato a baciarci perché i ragazzi che si amano non ci sono per nessuno…


(Foto tratta dal film Spider-Man, 2002)