giovedì 11 aprile 2019

*** RACCONTO N. 28: UN LUNGO CAMMINO ***


Tratto da "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale"
di Eugenio Montale
Il dipinto è "Spirits by the lake" di Leonid Afremov

Ed eccomi qui, ora sono rimasto da solo e nient’altro mi è rimasto che il ricordo di te. La mia dolce Mosca … ricordi di quando eri solita ronzarmi intorno? Questo lungo percorso che insieme abbiamo vissuto, le emozioni, le gioie, i dolori e tutte le sorprese che la vita ci riservava: ne abbiamo fatta di strada!

Contro tutte le avversità che il destino ci lanciava contro, eravamo uniti, pronti a tutto lungo questo susseguirsi di gradini costellato di deformazioni e ostacoli, giuro che sarei inciampato e caduto parecchie volte, mai mi sarei rialzato se tu non ci fossi stata, perché eri tu colei che guidava i miei passi, la mia luce su questa via che ora sembra così oscura, tale da sembrare una selva infernale.

Con te ogni cosa sembrava più semplice, mi davi forza grazie alla tua saggezza che tanta fiducia ispirava dentro me, tutto aveva senso e ogni cosa aveva il suo posto, ma ora…

Ora niente ha più senso: ho dentro un vuoto incolmabile che mi trascina sempre più in basso. Non sono ancora arrivato alla fine del cammino, eppure sono costretto a procedere da solo e questa scalinata non fa altro che diventare più ripida. Se mi guardo indietro posso notare che il cammino si perde in lontananza a vista d’occhio, tuttavia estremamente breve è stata la durata, ogni giorno della mia vita fino a questo momento trascorreva nella dolcezza, così velocemente, così fuggevole ma così dolce ed io ero così felice in quella quotidianità fatta di piccole cose, godendo della tua compagnia…

E perché mai dovrei continuare se ogni cosa ha perso il suo senso? Guardandomi attorno posso vedere questa marea caotica di persone con lo sguardo fisso verso il basso, contenitori inanimati le cui menti sono occupate dalle preoccupazioni più futili di questa vita, le cose terrene che per me non hanno più alcun senso. Già, guardali, corrono come formiche dentro un formicaio, preda delle cose sensibili che la superficie lascia vedere, senza alcun interesse in quello che la realtà davvero è, poiché solamente ciò che i sensi mostrano essi riescono a credere sia vero.

Ma tu, mia cara Mosca, tu invece vedevi bene: non con gli occhi, certo, ma riuscivi a penetrare nel cuore stesso delle cose; laddove gli altri si fermavano con atteggiamento superficiale a ciò che appariva, tu eri capace di osservare oltre il velo andando in profondità nel guardare le cose. Era questo che ti rendeva saggia e perciò eri tu colei che doveva essere al mio fianco.

Ci siamo sorretti a vicenda in questo percorso, ma tu eri il sostegno di tutto. Il tuo acume così vivace era ciò che ti dava così tanto valore e per questo tu eri la mia guida.

Non so cosa mi aspetta adesso: anche se tutto il percorso fatto è stato lungo e pieno di avventure, ora la sua durata sarà estremamente lunga, ogni istante si dilaterà e il vuoto che si è creato dentro darà luogo ad un’infelice agonia. È stato un lungo cammino, ma è sembrato un arco di tempo così breve, troppo velocemente te ne sei andata! Questa scalinata diventerà sempre più lunga, troppo sarà il tempo necessario per percorrerla.

Non so se sarò in grado di arrivare alla conclusione di questo viaggio senza di te, ma una cosa la so: solo il ricordo di te, dei momenti passati insieme e l’amore che abbiamo condiviso costituirà in questo lungo cammino il rimedio contro questo vuoto, così opprimente e così oscuro, che minaccia di afferrare in una morsa il mio animo.

Il ricordo dei tuoi occhi che così dolcemente hanno penetrato nel mio cuore illuminerà i gradini squarciando l’oscurità.

sabato 16 marzo 2019

*** RACCONTO N. 27: IL BEL SALUTO ***


Risultati immagini per henry holiday dante e beatrice

Racconto tratto da "Lo vostro bel sauto e 'l gentil sguardo" di Guido Guinizzelli
Il dipinto dal titolo "Dante e Beatrice" è di Henry Holiday

Stavo passeggiando per le stradine della mia Bologna diretto alla mia dimora. Avevo da poco incontrato frate Adelmo che mi ha promesso al più presto della nuova pergamena. Ero, dunque, diretto alla mia casa, immerso tra mille pensieri, quando l’ho vista… indossava un lungo vestito verdone che, facendo intravedere soltanto il collo, lasciava immaginare le sue forme... I suoi capelli color castano chiaro che si adagiavano sulle sue spalle… gli occhi in cui si rifletteva la luce del sole alto a mezzogiorno…

Non era la prima volta che la incontravo poiché la conosco bene. È la figlia di un ricco mercante di stoffe, amico di mio padre. Non mi è mancata occasione di vederla in passato, specialmente quando accompagnavo mio padre a far visita al suo. Devo, però, ammettere che, soltanto da qualche mese, quando l’ho rincontrata a distanza di anni, difficilmente il suo volto riesce ad abbandonare la mia mente. Pensarla mi è divenuto ormai vitale, ella ispira le mie rime. Ed ora, seduto al mio tavolino, sono preso dal folle bisogno di affidare al calamo l’episodio di questa mattina: ancora una volta parlerò di lei, ancora una volta dovrò fare in modo che sia il mio cuore a esprimersi e a svuotare tutto.

Personalmente non mi è mai capitato di ritrovarmi una lama puntata contro ma, dalle storie che si raccontano nelle taverne e, talvolta, nei palazzi dei nobili, pare che il malcapitato, di fronte alla punta aguzza di una spada o di un pugnale, difficilmente riesca a mantenere il controllo di sé e non è raro che sia incapace di proferir parola se non preghiere poco virili che invocano la pietà e la clemenza di chi sta per affondare la lama nelle sue carni. Fortunatamente mai, dicevo, mi è capitato un episodio simile ma ciò che è accaduto questa mattina ritengo sia di gran lunga peggiore.

Passeggiava tranquillamente dialogando e ridacchiando con due sue amiche e, alla mia vista, non ha fatto altro che sorridermi e salutarmi. «Buongiorno, Messer Guido». Tre parole e un sorriso, nulla di più. Cosa sono in confronto al duro acciaio? Niente, mi direste voi… eppure, ho sentito qualcosa più forte di una lama penetrarmi le viscere e giungere fino al cuore, come un dardo scoccato da uno di quegli imponenti archi inglesi… Ma chiunque venga colpito al cuore da una freccia, cade immediatamente a terra senza vita. Io, invece, continuo a vivere e a sentir dolore!

È durato un attimo. Mi è passata davanti e mi ha salutato. Credo di non aver avuto la gentile cortesia di rispondere al suo saluto: sono rimasto lì fermo a vederla passare davanti a me, fermo come una statua d’ottone, incapace di manifestare alcun segno di vita. Di duro ottone si è fatto il mio corpo quanto duro era il colpo che il mio cuore ha subito, i cui effetti ancora si fanno sentire. Non so come andrà a finire questa storia, non so se reagirò mai a simili incontri, se avrò la forza e il coraggio anche solo di rispondere al suo saluto. So soltanto che, ancora una volta, dovrò rifugiarmi nella dolcezza delle rime per poter trovare un minimo di sollievo. Ma possono i versi sciogliere l’ottone?

giovedì 28 febbraio 2019

*** RACCONTO N. 26: GUERRA ***

Spesso la vediamo in tv o al cinema, qualcuno ci gioca ai videogiochi, ne parliamo come se fosse un fenomeno lontano da noi e impossibile a vedersi nelle nostre terre. Pensiamo di conoscerla, ma non possiamo neanche immaginarla, la guerra... un racconto tratto da "Veglia " di Giuseppe Ungaretti





Fa freddo, stiamo gelando… eppure non ne soffriamo più. La schiena a pezzi, per ore e ore distesi in questa fossa… ma ormai i nostri corpi non sono altro che un prolungamento del ventre della terra. Abbiamo fame, abbiamo sete… ma ci siamo abituati. Ma non ci abitueremo mai a quest’odore. Non quello della terra e dell’erba bagnate dal gelo notturno. No, ci risulterebbe addirittura piacevole, in un’altra situazione almeno. Non quello delle polveri e degli esplosivi che, per quanto possano esserci tossici, ci ricordano che siamo ancora vivi. Non quello dei nostri corpi e dei nostri escrementi… il nostro naso e il nostro stomaco si sono abituati anche a quello! Non siamo tanto diversi dalle bestie, insomma, ma continuiamo a pensare, a ragionare, a lottare, a soffrire… non ci abitueremo mai a questo odore ferroso. E non è quello delle armi. No, è qualcosa di molto più umano, più intimo, qualcosa che ci appartiene da sempre, da quando siamo stati concepiti, che ci portiamo in ogni momento pur senza ricordarlo. È l’odore del sangue.

C’è sangue ovunque. Le pozzanghere sono ormai un misto di fango, sangue ed escrementi. La vita è buttata là in mezzo ai rifiuti… rimasta a urlare nei nostri cuori ogni volta che i nostri logori stivali affondano in quelle pozzanghere. E schizza schiacciata dal peso dei nostri corpi, come se fosse pioggia, come se si fosse raccolta della semplice acqua piovana. Lì per lì, impegnati a sopravvivere nel corso della battaglia, non ce ne accorgiamo. Ma basta fermarsi un attimo, un momento, l’odore del sangue torna a tormentare le nostre narici, provoca le nostre lacrime.

E non potrebbe essere altrimenti… perché appena sopra quella pozzanghera c’è un corpo inerte… pallido, rigido, più freddo dell’aria, gli occhi sbarrati, la bocca aperta… un altro compagno andato via, un’altra vita abbattuta. La luce della luna (bella lei, se ne sta tranquilla là sopra e si prende gioco di tutti noi!) accarezza quel corpo. E riesce a renderlo ancora più terribile… la luna me la immagino illuminare il corpo di una donna che vuole essere amata da me. Quanto è distante la mia mente dalla realtà. Quanto distante sono io dalla mia casa, dalla vita di prima, dagli affetti… da una distesa verde illuminata dalla luna e una donna che vuole stringermi a sé. 


E tu sei qua, fratello mio… sei uguale a me. Sei stato solo più sfortunato di me. Tu sei morto e io continuo a morire vivendo. Sono tutti uguali a me. Anche quelli che stanno dall’altra parte, anche quelli che queste mani hanno ucciso. Siamo maledetti, condannati a svuotare questi caricatori nella speranza che il fronte avversario possa cadere prima del proprio e si possano conquistare metri preziosi. Ma sono giorni che non avanziamo né arretriamo di un millimetro.



Per quanto ancora, fratello mio, continuerai a fissarmi?
Per quanto ancora il tuo sangue mi tormenterà?
Per quanto ancora durerà questa guerra?
Non voglio morire…
 

mercoledì 20 febbraio 2019

*** RACCONTO N. 25: EROS DOLCEAMARO ***



Tratto da un componimento della poetessa Saffo (frr. 31-130 Voigt)
Il dipinto è "Saffo e Alceo a Mitilene" (Lawrence Alma-Tadema)

Questa notte il mio giaciglio mi è estremamente fastidioso, un pensiero fisso tormenta la mia mente, ho la guerra nel cuore e alterno sentimenti di amore e di odio. Sento, dentro di me, che potrei amare al pari di Afrodite e, allo stesso tempo, fare la guerra come se fossi Ares in persona… non a caso i due sono stati amanti. Resto esterrefatta di fronte all’ambivalenza della mia anima… un sentimento così positivo come l’amore si mescola con l’odio più profondo, la volontà di torturare come io stessa lo sono da te, ignobile essere, ladro, tu che mi hai spodestato, tu che mi hai negato il posto che gli dei mi avevano riservato!

Ho creduto di poter avere al mio fianco la bella Ariadne ma è stata un’illusione… invano l’ho desiderata, invano ho sperato! E mi sono soltanto illusa quando mi sorrideva, quando mi parlava cordialmente, quando mi chiedeva consiglio su abiti e balli, quando mi raggiungeva da sola nella mia camera per apprendere l’arte della poesia. Credevo di poter essere più che un mentore o una madre o una sorella maggiore, credevo di poter essere un’amante… ma, se il tempo ha fatto sì che i semi dell’amore pian piano venissero assorbiti e germogliassero dentro di me, tale processo non è avvenuto in te, mia Ariadne.

Mi sono illusa di poter rivendicare su di te un vero e proprio diritto di proprietà e, se anche tu non fossi stata mia e io avessi pensato che tu non fossi di nessuno, in realtà eri già di qualcun altro. Non c’è cosa peggiore dell’illusione… per più notti mi sono addormentata su questo giaciglio con il sorriso, ho chiuso gli occhi con la tranquillità di chi ha seminato e attende, sicuro, i frutti. Quelle volte, nel sonno, facevo soltanto sogni gioiosi e tu eri al mio fianco, Ariadne. Ingenua come una bambina, sono caduta nella trappola d’amore…


Risultati immagini per saffo immagini

Dipinto pomepiano ritraente la poetessa

Continuavo a esser sola ma il pensiero di una (certa) vittoria mi allietava finché non vi ho viste oggi… o Eros, dolceamaro tremendo demone! La mia Ariadne era in compagnia di un’altra ragazza, Berenice, più giovane di lei. In quel momento ho visto l’usurpatrice diventare Ariadne e Ariadne diventare Saffo… e io cos’ero? Un ammasso di gelosia e invidia nei confronti di una delle ultime arrivate al tiaso… lei, che credo non sappia nemmeno cosa significhi “fare l’amore”, era alla destra di Ariadne, lì dove credevo spettasse a me stare.

Ho provato invidia per Berenice, la provo tuttora. Lei è stata benedetta dagli dei… non so se abbia scelto o sia stata scelta da Ariadne, eppure era lì! Sei stata fortunata, Berenice! E tu, Ariadne, ingenuamente, ogni tanto, alzavi lo sguardo verso di me e sorridevi… ti accorgevi di me… ma il tuo sorriso non aveva nulla di quello che io, se fossi riuscita a trattenere la rabbia, ti avrei rivolto in risposta. E, così, ho fatto solo un cenno del capo mentre, dentro di me, c’era la guerra… le altre ragazze cercavano di parlarmi ma rispondevo solo a monosillabi… se rispondevo, non le guardavo in faccia perché, in quel momento, il mio sguardo era rivolto solo in una direzione… credo di non averle sentite neanche parlare perché le mie orecchie cercavano di captare altre parole… e la rabbia cresceva dentro di me e, ancora, attende di essere sfogata.

Eppure continuo ad amarti, Ariadne. Amo te e odio Berenice! Al solo pensiero, mi sento morire e, se mi domando cosa ne sarà di me, come riuscirò a convivere con questi due sentimenti così distanti tra di loro, non riesco a trovar risposta…

giovedì 20 luglio 2017

La mia ultima fatica... un sogno si realizza

Da molto tempo, ormai, sto trascurando "Se le poesie potessero parlare" ma l'ho fatto per una buona ragione, ossia la pubblicazione del mio primo romanzo "I demoni di Urbino. La figlia del maresciallo" (La Ruota Edizioni). Un sogno si realizza: sperando che questo libro sia il primo di una lunga serie!
Il libro è disponibile sul sito della casa editrice, sui principali siti di vendita di libri online e ordinabile in tutte le librerie.
Spero di poter tornare presto a scrivere su questo blog!
Ciao a tutti!

http://www.laruotaedizioni.it/i-demoni-di-urbino-la-figlia-del-maresciallo/


venerdì 26 agosto 2016

*** EMILIA CLARKE: da Madre dei draghi a ragazza eccentrica in IO PRIMA DI TE. Una recensione del film ***

Se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla bravura di Emlia Clarke, nota in tutto il mondo per la sua interpretazione di Daenarys Targaryen in Game of Thrones, potrà ricredersi con la visione di Io prima di te (regia di Thea Sharrock), nelle sale italiane dal 1 settembre.

Emilia Clarke nel ruolo di Daenerys Targaryen in Game of Thrones


Guardando il trailer del film, tratto dall'omonimo libro di Jojo Moyes, si potrebbe pensare di essere di fronte alla solita pellicola strappalacrime del ricco stronzo playboy sventurato che incontra la poveraccia di turno che, con la sua purezza, riuscirà a fargli dimenticare i tormenti della paraplegia dando un nuovo senso della vita in nome dell'amore. E tutti vissero felici e contenti...

Non è assolutamente così! Il ricco William Traynor (interpretato da Sam Clafin, di cui ricordiamo un ruolo in Hunger Games) non è, poi, così stronzo e così playboy. Non si tratta semplicemente di una persona che si piange addosso maledicendo le fortune altrui. La sofferenza di questo personaggio è molto più profonda: una buona dose di orgoglio porta lo spettatore a dargli ragione, anche se non ne approverebbe tutte le idee.

Tornando a Emilia Clarke, dimentichiamoci la fiera "Madre dei Draghi" decisa a riportare i Targaryen sul Trono di Spade! Louisa Clark (le coincidenze: i cognomi di attrice e personaggio sono omofoni!) è una semplice ragazza di provincia, una chiacchierona legata alla famiglia, che lavora per la sua famiglia, che non ha mai messo il naso fuori dal suo villaggio addormentato, a cui va bene questa vita perché una vita divesa non sarebbe neanche immaginabile. Una ragazza eccentrica (che fine ha fatto il portamento della regina Daenarys?!), che veste abiti e calzature stravaganti, per non parlare delle acconciature! Una donna, insomma, che se la incontri per strada, la eviti, se la conosci, non la molli più! Da sottolineare che, abbandonati i vestiti da regina, balza subito all'occhio la bassa statura della Clarke (soprattutto quando incontra Charles Dance: ebbene sì, ciò che non è accaduto in Game of Thrones, accade in Io prima di te, il vecchio Tywin Lannister incontra Daenarys, la regina giunge a Westeros prima della settima stagione!!!).

Emilia Clarke in una scena tratta da Io prima di te


Il film, lo si capisce bene già dal trailer, ha una trama prevedibile (non gridate allo spoiler se leggete che i due finireanno per piacersi l'un l'altra!), ma, come anticipato, vi sono degli elementi imprevisti: in fin dei conti, se tutto viene mostrato nel trailer, che senso avrebbe andare in sala?

Si trova, quindi, spazio per riflettere su tematiche come quella dell'eutanasia: accettare la paralisi con tutte le conseguenze che ne comporta o rinunciare a vivere? Interessanti sono le opinioni dei personaggi sull'argomento, e non sfugge il crocifisso appeso al collo della madre della protagonista quando esprime la sua opinione sull'argomento. Insomma, non ci vuole molto per passare dalla favola di Cenerentola ai toni tristi di Million Dollar Baby (di Clint Eastwood). Di certo, quest'ultimo film si pone a un livello completamente diverso: il paragone forse è azzardato, ma non si può non pensare a un colosso del cinema quando si trattono determinate tematiche.

Lo spettatore ha modo, dunque, di riflettere non tanto sulla tematica dell'amore e dell'arrivo dell'anima gemella, quanto, piuttosto, sui "limiti": da una parte c'è chi, da un momento all'altro nella propria vita, si vede imposti dei limiti; dall'altra c'è chi ha sempre avuto quei limiti e mai ha desiderato andare oltre. Chi ha corso a 300 km/h si ritrova a frenare di colpo e a tirare il freno a mano, chi non si è curato mai di andare più veloce deve ponderare se sia giunto il momento di spiccare il volo e abbandonare la propria casetta di provincia. Quanto possiamo e vogliamo correre nella nostra vita? Fin dove possiamo arrivare?

Il film è dunque fortemente consigliato, a patto che ci si porti dei fazzolettini in sala: a un certo punto sarà un collettivo tirare su col naso!!! Al di là della trama, sicuramente rimarrà impressa nella mente dello spettatore la miriade di espressioni facciali di Emilia Clarke, che non possono non far sorridere. Dal set di Game of Thrones a quello di Io prima di te, l'attrice britannica ha dato prova delle sue capacità: cavalcare un drago non è da tutti, indossare delle calze a strisce gialle e nere e diventare una sorta di ape umana è da eroi!


mercoledì 3 agosto 2016

*** RACCONTO N. 24: LA FINE ***



Racconto tratto dalla poesia "Giunto è già 'l corso della vita mia" di Michelangelo Buonarroti (Dipinto "Giudizio Universale", Cappella Sistina, Vaticano)


Posso percepire il tempo scorrere inesorabile e avverto che ormai la mia vita sta giungendo al termine della sua corsa: il filo della mia vita sta per essere spezzato ed io, dopo aver percorso il mio cammino, mi avvio verso la Morte che attende ogni mortale.

Come un marinaio, ho solcato molte acque: acque calme e pacifiche, limpide che splendevano alla luce del sole, ma anche acque torbide e burrascose, agitate da venti impetuosi che scuotevano la fragile barca sulla quale viaggiavo… eppure alla fine del mio viaggio ancora non so cosa troverò!
Ora che la meta è ormai vicina, non so a cosa sto andando incontro e sento che la mia imbarcazione, logorata dalle intemperie e dagli anni, sta per solcare mari coperti di fitta nebbia che nulla lascia trasparire e, trasportato da un’ineluttabile corrente, sto per approdare all’ignoto.

Corpo e anima stanno per abbandonare questa vita… eppure non la morte del corpo, misero, vecchio e caduco, è ciò che maggiormente tormenta la mia mente, quanto invece la sorte della mia triste anima!

Cosa succederà a questa infelice quando dovrà incontrare il giudizio divino e a Lui dovrò rendere conto di ogni mia azione malvagia o buona?

La mia vita è stata riempita dall’Arte, essa mi ha colmato di una grande gioia nel fiore dei miei anni, in essa proiettavo tutto me stesso, in ogni mia sensazione, soprattutto quando si trattava di estrarre l’opera dalla dura pietra.

L’Arte ha governato la mia vita, ne è diventata padrona, l’ho adorata e glorificata come una dea; eppure, al termine dei miei giorni, mi chiedo se questo atteggiamento non mi abbia danneggiato, se tutti quei dolci pensieri non fossero vani, nonostante il grande gaudio che essi infondevano dentro di me.

Purtroppo neanche l’Arte mi ha dato risposte, non ha diradato la foschia dell’incertezza verso la quale mi avvio. Sospinto dalla corrente, non posso far altro che procedere verso un fato incerto: niente mi ha potuto salvare  dall’atroce sofferenza del dubbio.


Alla fine, quindi, non mi resta che volgermi avanti verso questo mare di nebbia con la mia imbarcazione per abbracciare la fine, con tutte le paure e le conseguenze che ne possono derivare. L’unico pensiero che offre consolazione al mio animo tormentato è la misericordia divina per la quale Dio, con le braccia aperte sulla croce, abbracciò ognuno di noi, rimettendo i nostri peccati: a Lui affido il mio spirito e innalzo questa preghiera affinché possa concedermi la pace che duramente e instancabilmente ho ricercato per tutta la mia vita.

giovedì 21 luglio 2016

*** RACCONTO N. 23: ATTESA ***


Racconto tratto da "Attesa" di Vincenzo Cardarelli. Dipinto di Wilhelm Leibl ("In Attesa")

Me ne sto seduto al tavolino di questo piacevole locale. Non l’ho scelto a caso: è frequentato da gente tranquilla, non troppo ricca, che ama trascorrere un’oretta seduta a conversare, lasciandosi coccolare dall’odore dei croissant appena sfornati e dal penetrante ma gradevole aroma di caffè. C’è chi preferisce un tè, una cioccolata calda, un succo di frutta, del semplice latte (perché quello che ti viene servito qui in un’elegante tazza di porcellana non può avere lo stesso sapore di quello che bevi frettolosamente in un banale bicchiere di casa tua)…

C’è chi mangia una fetta di torta, chi dei biscotti… chi si confida al proprio amico, chi da solo legge un giornale recitando la parte dell’intellettuale di turno e poi ci sono io… Io che osservo tutti i clienti, impaziente di poter incominciare a parlare con qualcuno proprio come fanno loro. Spesso distolgo lo sguardo e lo rivolgo alla mia destra: un viale che dà sul mare. È una vista formidabile: uno dei motivi per cui ho scelto questo locale. La gente passeggia lungo il viale dalle lucide mattonelle bianche… vedo tranquillità intorno a me. Sì, qualcuno starà anche sfogando i suoi problemi ma c’è la percezione che, in questo posto, le preoccupazioni non potranno superare una determinata soglia. Sento (e lo sa anche tutta questa gente qua dentro) che non esiste alcun problema che non si possa risolvere. Oggi siamo in ansia, domani anche, ma dopodomani sarà acqua passata e si tornerà alla vita tranquilla di sempre.

E io attendo… al momento non ho nessuno con cui parlare se non il cameriere che, già due volte, mi ha chiesto se desiderassi ordinare. A volte mi sembra di parlare una lingua del tutto incomprensibile agli altri. Che cosa non è chiaro nelle parole “Sto aspettando una persona”? Giuro che se viene una terza volta mi metto a urlare, al diavolo questa atmosfera da “piccolo ritaglio di paradiso”! Se penso queste cose, probabilmente sono inadatto a questo posto! Però ho le mie ragioni: è quasi mezz’ora che aspetto e lei non arriva. Una voce continua a dirmi che non arriverà ma cerco di reprimerla subito. Ma, più passa il tempo, più questa voce si fa forte e pesante in tutta la sua veridicità. Al solo pensiero, sento lo stomaco contorcersi come se facesse spazio a una mano che da dentro cercasse di afferrarmi e tirarmi giù. Le guance mi si colorano di rosso e mi sento bruciare. La prospettiva della sconfitta fa male. E, a questa, si aggiunge anche la vergogna di essere l’unico in attesa di qualcuno che, a quanto pare, non arriverà.

Ogni tanto sento il peso di occhi estranei che mi osservano e si interrogano sulla mia solitudine.  Cerco di ricambiare lo sguardo e, subito, quegli occhi si posano su un altro obiettivo. Ogni tanto tossisco e sgranchisco la voce come se volessi riempire questo momento vuoto. È tutto inutile: non ha accettato il mio invito. La prospettiva della sconfitta fa male, la presa di coscienza è peggio. Avevo ideato il  mio programma, avevo progettato questo incontro e anche quelli successivi… ma le illusioni di un innamorato superano di gran lunga le fantasie di un bambino. Hai deciso di non venire all’appuntamento, hai deciso di non ricambiare o anche solo di dare un’opportunità al mio amore. Amore! Ieri ti benedivo, oggi ti maledico!

Sarà difficile alzarsi da questa sedia: le radici delle speranza e dell’umiliazione sono ben profonde.  Credo che mi concederò qualche minuto in più per capacitarmi e prendere coraggio. Un momento… sento qualcuno che si è appena fermato alla mia sinistra. «Desidera ordinare, signore?»

Non è lei… 

venerdì 8 luglio 2016

***RACCONTO N.22: LACERAZIONE ***



Racconto tratto da "Odi et amo" (Carme 85) di Catullo
Particolare de "La nascita di Venere" di Botticelli
Cos’è questa cosa che sento dentro me? È una sensazione nuova e non riesco a comprendere cosa sia: è come una bestia che ruggisce e cerca di demolire le pareti della mia interiorità… eppure, in alcuni momenti di quiete innaturale, questa bestia è ammansita e una strana dolcezza pervade la mia intera anima.
 E poi riprende, in maniera persino più violenta, se possibile!

Cosa sei, o bestia, che ruggisci senza tregua? Amore è forse il tuo nome?
Ah, quanto sei dolce e amaro, magnifico Paradosso!

Tu sei la fonte di questo strano dolore, ma anche della maggior parte delle mie gioie, ogni cosa che esiste di vitale dentro di me, esiste solo grazie a te, nonostante la profonda lacerazione che lasci all’interno del cuore umano: sì, perché questa lacerazione che è impressa profondamente nel cuore è dovuta al tuo legame con l’odio. Odio? Come è possibile che l’Amore sia paradossalmente legato a questo sentimento? Quante volte mi è stato chiesto … ma la risposta è sempre stata la stessa: non lo so! Eppure, questa fonte di dolore, che arreca sofferenza mi è indispensabile: la dolcezza che esso produce viene accentuata proprio perché è l’amore stesso che sana queste ferite!

Senza l’amore, io sarei solo un guscio senza anima!

Quante volte ti ho visto e quante volte il mio cuore ha gioito per te, per la vista del tuo dolce volto, per ogni tua attenzione, per ogni tua parola, per ogni volta che ridevi: ti adoro in ogni tua azione e questo fuoco che brucia dentro non fa altro che ravvivarsi, splende e cauterizza le ferite!
Ma quante volte ho anche visto cose che mi hanno provocato grande malessere, cose che hanno riaperto queste lacerazioni: ogni volta che eri con qualcun altro e gli mostravi attenzioni particolari, o quando mi ignoravi e mi condannavi ad essere esiliato dalla tua vita, allora, in quei momenti, io soffrivo terribilmente!

Questa spaccatura, questa dualità si forma dentro me, amore e odio sono indissolubilmente legati tra loro, la mia anima diventa un campo di battaglia dove la potenza dell’amore, con la sua dolcezza e la sua positività, si scontra con il potere distruttivo dell’odio, con la gelosia, la paura, il dolore e tutta la sua negatività!

Tutto questo avviene dentro di me, eppure il mio amore non smette mai di bruciare, questa bestia feroce che ruggisce e ferisce il mio cuore è implacabile, mai domata!
L’amore verso di te, nonostante tutto ciò che provoca il mio dolore, sarà eterno, come la poesia, la bella arte che ha celebrato attraverso ogni secolo le virtù dell’amore, ma anche le sue sofferenze.
Sono questa collisione e questa incapacità di poter dominare questa passione, questa brutale passione, che mi tormentano terribilmente.


Il dolore che causa questa profonda lacerazione, durerà a lungo, ma mai farà morire questa fiamma così viva e luminosa.

venerdì 1 luglio 2016

*** RACCONTO N. 21: IL VOLO DELL'ALBATROS ***




Racconto tratto dalla poesia "L'albatros" di Charles Baudelaire


È una razza particolare quella di noi poeti. Quando viene pronunciato il nome del nostro capostipite, Omero, un alone di leggenda sembra accompagnare quelle cinque lettere, le labbra si fanno tremanti e il volume della voce si abbassa leggermente quasi ad ossequio del sommo poeta. Tale fenomeno è apprezzabile anche per tanti altri… penso a Virgilio, a Dante, all’Ariosto e così via… Sono loro i sommi: poeti, filosofi e maestri, giocolieri delle parole e scrutatori della realtà. Sono loro i vati, cui va tutta la nostra gratitudine e riverenza.
Grazie agli insegnamenti di questi e tanti altri simili personaggi, abbiamo modo quotidianamente di studiare il mondo e rappresentarlo con le parole. Loro ci hanno insegnato a volare, a librarci da terra per osservare la realtà: da lì in alto, come degli albatros, vediamo tutto (o pensiamo di veder tutto!) e siamo in grado di affidare all’inchiostro le nostre sensazioni. Forse noi poeti moderni non ci illudiamo di avere chissà quale titolo, non ci illudiamo di esser ritenuti e definiti “maestri”, tuttavia non ci stanchiamo mai di volare.

Ancora, il nostro volo è capace di proiettarci ben oltre la realtà. La nostra mente è continuamente al lavoro. Siamo in una stanza, stiamo sorseggiando del tè con degli amici ma la nostra mente è già volata fuori dalla finestra attirata da questo o da quel particolare, da questa o quella parola. Così quella ceramica cinese della nobildonna che ci ospita genera mille pensieri sulla provenienza di quel vaso e la nostra mente è già in Cina e scorge attorno a sé soltanto occhi a mandorla. Un signore piange la prematura morte di suo figlio e, oltre a provare solidarietà e un gran desiderio di dargli conforto, non si può evitare di soffermarsi a riflettere sull’eterno alternarsi di vita e morte.

Osserviamo il mondo da una prospettiva privilegiata ma, spesso, questo privilegio costituisce una maledizione. Molti sembrano non riservare più il rispetto che ci compete, molti ci ridicolizzano, ci vedono come “diversi”. A volte abbiamo la gobba, seguiamo mode stravaganti nel vestire, beviamo solo latte o assumiamo sostanze dall’origine oscura. Questo ci rende “strani” agli occhi degli altri che proprio non riescono a capire la nostra sensibilità, la nostra costante osservazione e le supposizioni che ne derivano, le nostre abitudini che sono sinonimo della libertà di determinare la nostra vita alla ricerca di un piacere che altrimenti non troveremmo affatto. In fin dei conti, vogliamo essere felici come ogni uomo desidera su questo pianeta.


Non è, quindi, un caso che preferiamo farci da parte e librarci in un volo solitario che segue le vie della fantasia. Lì creiamo il nostro mondo, lì disegniamo milioni di mondi, incontriamo chi vogliamo, amiamo e siamo amati senza problemi. Gli altri sorridano pure di fronte alle nostre “stranezze”! Noi siamo albatros e dobbiamo necessariamente percorrere le nostre rotte aeree. Questa è, allo stesso tempo, la benedizione e la maledizione del poeta: straniero in patria e scarto della società, nonché viaggiatore libero di raggiungere qualsiasi mondo tra quelli possibili.

lunedì 20 giugno 2016

*** RACCONTO N. 20: TERRA MIA ***

Brano tratto da "A Zacinto" di Ugo Foscolo

Ricordo ancora in maniera vivida la mia patria: la mia terra natia, la mia dolce Zacinto!
E come potrei dimenticare una tale bellezza? Sarebbe un oltraggio dimenticarmene! Lei è sempre viva nella mia anima, il suo ricordo è sempre forte ed intenso.

Isola di sublime bellezza, tale da rivaleggiare con la stessa Venere, la dea che nacque dalle sacre acque che lambiscono le tue coste.
La terra della mia fanciullezza, periodo quieto e luminoso…

Eppure il tuo ricordo mi tormenta, o terra mia!

Ora che son lontano da te, affido la mia sofferenza a queste parole per celebrarti e ricordarti.
Quante lacrime dovrà ancora versare il mio cuore prima di poterti vedere? Quanta angoscia affronterò ancora da esule? Per dove e per quanto dovrò errare di luogo in luogo, alla ricerca dell’agognata quiete?

Ma ormai mi è chiaro: i tempi maledetti in cui mi trovo a vivere sono estremamente crudeli e la paura di non poterti rivedere mai più mi domina completamente come un lugubre spettro che incombe sulla mia anima.

Dovrò continuare ad errare e peregrinare per anni di posto in posto, per sempre separato da te, come un eroe degli antichi racconti… come nei racconti di Omero!

Lui che esaltò la tua bellezza, lui che cantò le tue terre fertili, lui che cantò la tua ricca vegetazione, lui che cantò il tuo terso aere, o mia terra natia!

Monet, Sunset at Pourville

Come vorrei essere simile al tuo Ulisse, maestro Omero! Come vorrei, esule, tornare a casa dopo dieci anni di lungo peregrinare per mare! Egli baciò la sua aspra terra, aspra, sì, ma pur sempre amata! Egli poté riabbracciare i suoi cari!

Io, invece, non sono destinato alla stessa sua fortuna, il mio destino è stato già scritto dai tempi malvagi e mai più giungerò a vederti.

Mentre gli dei sono stati benevoli con lui, il fato non lo sarà con me.

Non potrò baciare le tue sponde come Ulisse fece con Itaca!

Altro non ho da offrirti se non questi tristi versi con i quali ti consegno all’eternità della poesia.

Accetta il dono di questo povero uomo che può offrirti solo il suo canto… Un uomo destinato a non essere compianto dalla sua amata terra.